Storie di impresa - Gruppo Auricchio: azienda e famiglia in equilibrio da cinque generazioni.
Con Guglielmo Auricchio, Export Manager del Gruppo Auricchio e presidente dei Giovani Imprenditori di Federalimentare.
Guglielmo tu rappresenti la 5° generazione di un’azienda che ha oltre 148 anni di storia: qual è il segreto di questa longevità?
Penso che non ci sia una ricetta specifica che funzioni sicuramente, ma che sia la costante abilità della famiglia di comprendere il contesto esterno e quello interno all’azienda, ma anche cosa caratterizza la famiglia stessa, per riuscire a mantenerne, se non incrementarne, il valore nel tempo. Credo anche che la chiave per la continuità di un'azienda a conduzione familiare è fare in modo che sia l'impresa sia la famiglia abbiano sempre un ruolo centrale nella vita dei familiari-soci, pur mantenendosi in un equilibrio che ne preservi la distinzione come entità separate.
L’altro fattore chiave ritengo che sia l’onesta intellettuale e la trasparenza tra i soci - soprattutto nell’ambito familiare - evitando «umanissimi» favoritismi e scelte umorali, che spesso possono generare dissidi interni alla famiglia e dunque avere effetti anche sull’organizzazione e sulla governance dell’azienda.
Che tipo di organizzazione vi siete dati a livello familiare per gestire la l’azienda e l'ingresso delle nuove generazioni nel tempo?
Nel 2017 è iniziato un percorso con The European House – Ambrosetti che ci ha portato a definire un Patto di Famiglia, che comprende anche un piano per disciplinare il coinvolgimento delle nuove generazioni, l’inserimento in azienda e i percorsi di carriera. Ad oggi, la governance prevede un Consiglio di Famiglia, che comprende tutti i membri della famiglia a prescindere dall’essere attivi o meno in azienda, che discute le strategie e i risultati conseguiti dal Gruppo.
C’è poi un Consiglio di Amministrazione di Gruppo che ora coinvolge tutto il Consiglio di Famiglia – essendo tutti operativi in azienda – tra cui ci sono Amministratori (la 4° generazione) e Consiglieri (tra cui membri della 5° generazione). Nel 2024 sono stati coinvolti anche anche due consiglieri indipendenti.
Avete mai pensato alla quotazione o all’entrata di un fondo di Private Equity?
Sono sicuramente strumenti molto utili per una crescita rapida ed efficace e che stanno prendendo sempre più piede anche nel panorama italiano, ma come Gruppo Auricchio sono ipotesi che non abbiamo mai considerato.
Siete un leader nel settore lattiero e caseario: avete mai pensato di diversificare il business in settori contigui? O è meglio lavorare sulle varianti delle vostre eccellenze?
Oggi il nostro interesse è sicuramente quello di focalizzarci sul settore che conosciamo meglio e che ancora mostra un grande potenziale, considerando anche lo sviluppo del business lungo la filiera distributiva nei mercati strategici.
In azienda ti occupi di mercato estero: quanto il made in Italy è importanteper i consumatori non italiani?
Il Made in Italy piace e piace sempre di più: è ormai una sorta di mantra tanto che il termine «Made in Italy» è diventato uno dei brand più noti al mondo. Il prodotto italiano non è più relegato al mondo del "cibo etnico", ma globalmente è riconosciuto come buono, sicuro, gustoso, semplice.
Non solo. Il consumatore estero ci intravede anche quel senso di "dolcevita" ammirato e ricercato in tutto il mondo. Il consumatore globale oggi conosce il cibo italiano e lo acquista perché lo apprezza, talvolta reinterpretando o travisando ricette e tradizioni italiane.
Notiamo poi che i clienti cercano prodotti similari, creati localmente a basso costo: il buon cibo italiano è oramai entrato nel lessico comune ed è sempre più spesso nel frigorifero del consumatore o sul menù del suo ristorante preferito.
Il fondatore del Gruppo, Gennaro Auricchio, era diventato molto popolare a Little Italy dove aveva iniziato a esportare: come sta impattando sulle vostre strategie la politica di Trump? O è possibile sopperire alla politica dei dazi?
Il mercato americano è tutt’ora il mercato più rilevante per il Gruppo Auricchio al di fuori dell’Italia. Per quanto riguarda i dazi, al momento mi sembra che ci siaa ancora molta incertezza e questa è la cosa peggiore per i mercati reali e finanziari. I dazi hanno sicuramente impatti negativi sul commercio internazionale, noi stiamo già cercando di entrare in nuovi mercati, ma il mercato americano rimarrà comunque di primaria importanza per il nostro gruppo.
Siete stati innovatori anche nella comunicazione: come è cambiato il vostro modo di comunicare?
La comunicazione per le aziende dei beni di largo consumo è in costante evoluzione, perchè lo è in primis il consumatore. Quindi l’unico modo per le aziende per rimanere percepiti nel contesto competitivo è comprendere queste evoluzioni e adattarsi di conseguenza.
Come lo fate all’estero?
All’estero le attività di comunicazione sono più che altro legate all’ambito fieristico, tuttavia sempre più frequenti sono le occasioni di promozione fisiche (punti vendita e eventi) e digitali (social), anche grazie alla collaborazione con partner locali dell’azienda.
Avete investito tanto anche su temi di sostenibilità e nel 2024 è arrivato il primo Bilancio di Sostenibilità. Eppure, a sentire Trump questi aspetti sono solo una seccatura…
Sono assolutamente in disaccordo con questa visione, ma anche negli Stati Uniti, nella realtà dei fatti, gli investimenti in questa direzione sono ancora in corso. La sostenibilità è un aspetto – evidentemente - che riguarda intimamente l’etica d’impresa e dell’imprenditore stesso, ma sono convinto che sia anche un driver fondamentale per portare le imprese ad avere maggior analiticità su tutti i processi aziendali e a essere operativamente molto efficienti. Bisogna tuttavia riconoscere che inizialmente la questione è stata affrontata troppo rapidamente, a volte con approcci confusionari e in maniera eccessivamente ideologica, portando anche a storture. La sostenibilità deve essere - in primis- economica, perché ricade direttamente sul sociale. Deve essere pensata in modo che le imprese riescano a trarne anche del valore e non tradursi invece in una serie di impedimenti o costi per ottenere certificazioni di vario tipo che non servono all’impresa per migliorarsi e rafforzarsi.
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