Investimenti alternativi - "L'arte non è solo un bene di lusso, ma motore di rilancio del Bel Paese" (Intervista al Prof. Andrea Rurale, Direttore del Master in Arts Management and Administration di SDA Bocconi)
Con Andrea Rurale, Lecturer del Dipartimento di Marketing presso l'Università Bocconi e Direttore del Master in Arts Management and Administration presso SDA Bocconi.
Professore, iniziamo da una prima fondamentale domanda: che ruolo ha l’Italia nel mercato dell’arte?
L'Italia ha un ruolo marginale nel mercato dell'arte globale, ma continua a essere considerata una piazza strategica dagli operatori di settore: case d’aste e gallerie internazionali. Questo paradosso può essere spiegato attraverso una serie di fattori legati alla sua eredità culturale, alla qualità delle opere prodotte e al potenziale inespresso del Paese. Secondo il report 2023 di The Art Market, l'Italia rappresenta una piccola frazione del mercato globale, stimata sotto il 2%. Il mercato è dominato da Stati Uniti (42%), Cina (19%), Regno Unito (17%) e Francia (7%), che insieme costituiscono oltre l'85% del valore totale. Il mercato dell'arte domestico è stimato attorno a 1,5 miliardi di euro, ma la maggior parte delle opere italiane di valore viene venduta a Londra, New York o Hong Kong.
C’è un comparto del mercato dell’arte dove l’Italia è leader?
Sebbene l'Italia non sia leader nella compravendita di opere d'arte, resta un importante polo per la produzione artistica e il restauro. L’Italia è sede di alcune delle più prestigiose scuole d'arte e di conservazione del patrimonio al mondo, e i suoi artigiani e restauratori sono tra i più qualificati nel loro campo. Questo la rende una destinazione chiave per chiunque voglia commissionare opere d'arte o restaurare capolavori del passato.
La mancata applicazione nel DL Cultura dell'aliquota Iva agevolata sulle vendite di opere d'arte è stata un’occasione mancata?
Questa esclusione – si continua a mantenere il 22% di IVA - rappresenta un'ulteriore battuta d'arresto per il settore, considerando che la Riforma fiscale (L.111/2023) aveva posto tra i suoi obiettivi la revisione della normativa Iva, con particolare attenzione all'abbassamento dell'imposta sull'importazione di opere d'arte. Oltre alla riduzione dell'Iva sulle importazioni, la riforma prevedeva anche l'estensione dell'aliquota ridotta, in sostituzione di quella ordinaria al 22%, alle cessioni di opere d'arte, beni di antiquariato e oggetti da collezione. Questo intervento avrebbe potuto favorire un maggiore dinamismo nel mercato italiano.
Che effetti crea la tassazione non favorevole del settore?
Continua a penalizzare galleristi, collezionisti e operatori del settore, ostacolando la crescita e l'internazionalizzazione del mercato dell'arte domestico che si basa molto sulla rivendita di opere. Con una tassazione così alta, chi acquista un'opera in Italia sa che sarà penalizzato nel rivenderla, riducendo quindi la liquidità del mercato. Molti collezionisti e mercanti d'arte italiani preferiscono vendere le opere fuori dal paese per evitare questa alta tassazione.
Con che conseguenze?
Sono due: la prima è un minor gettito fiscale per lo Stato che invece di incassare una tassazione ridotta su un volume maggiore di vendite, il fisco italiano non incassa nulla perché le transazioni avvengono all'estero. Inoltre, per le gallerie italiane competere con mercati dove le tasse sono più basse diventa complesso, spingendo molti galleristi a trasferire la loro attività in città come Londra, Parigi o Ginevra. Un'imposta agevolata renderebbe l'Italia un mercato più competitivo rispetto ad altri paesi europei come la Francia (Iva 5,5%) o la Germania (Iva 7%).
Ma allora perché questa scelta?
In Italia le transazioni di opere d'arte sono tassate al 22% poiché l'opera d'arte è da sempre equiparata ai beni di lusso. Si può leggere una chiara presa di posizione di fronte alla natura stessa e a significato dell'opera d'arte: si tratta dell'interpretazione di un artista che stimola la crescita culturale della comunità oltre che del collezionista oppure va considerato uno dei più alti ed esclusivi prodotti di lusso, che contribuisce a creare uno status sociale e che quindi va trattato alla stessa stregua di un gioiello odi uno yacht? L'arte viene considerata un bene di lusso principalmente per la sua esclusività, il valore economico elevato, lo status che conferisce ai collezionisti e i costi di mantenimento.
Ma cosa condividono arte e lusso?
Come gli oggetti d'arte, molti prodotti di lusso sono noti per la loro maestria artigianale, il loro fascino sensoriale e le loro associazioni narrative. Anche dal punto di vista meramente finanziario arte e lusso spesso sono assimilati, tanto che nella gestione dei portafogli gli ultra-high-net-worth individual hanno un art advisor. L'andamento dei prezzi del mercato dell'arte è simile a quello del mercato del lusso: l’elasticità del prezzo è analoga perché si tratta di beni il cui valore percepito è legato alla loro scarsità, esclusività e associazione con lo status sociale.
Condivide questo approccio?
Questa visione è solo parziale: l'arte è anche un bene culturale e sociale, accessibile a diversi livelli e con un impatto che va ben oltre il mercato dell'alta gamma. Di più. L'opera d'arte, oltre a essere un bene commerciale, è anche un bene culturale. Favorire il suo scambio non significa solo incentivare il mercato, ma anche sostenere la produzione artistica, la diffusione del pensiero e della creatività. Se uno Stato facilita la compravendita di opere d'arte, rende più semplice per i musei ampliare le proprie collezioni, per le gallerie sostenere gli artisti e per i privati investire nel patrimonio culturale del Paese. L'arte è una delle forme più antiche di espressione umana, presente in tutte le società e culture, indipendentemente dalla classe sociale o dalla ricchezza. Pitture rupestri, canti tradizionali e murales urbani dimostrano che l'arte non è esclusiva delle élite, ma nasce come bisogno di comunicazione, memoria e identità.
E allora come interpretare il mercato dell’arte?
Sebbene il mercato dell'arte abbia spesso assimilato l'arte ai beni di lusso, essa rimane un fenomeno universale, accessibile e intrinsecamente legato alla creatività e all'identità umana. L'arte è molto più di uno status symbol: è cultura, identità, espressione, protesta e cura.
Intanto sta prendendo piede il fenomeno della restituzione di opere d’arte...
Sebbene il fenomeno affonda le sue radici nella storia – il Congresso di Vienna – impose la restituzione delle opere, non esiste una normativa internazionale vincolante sulla restituzione dei beni culturali, ma solo convenzioni parziali. La Convenzione dell’Aia del 1954 tutela i beni culturali solo in caso di conflitto armato, mentre la Convenzione Unesco del 1970 vieta l’importazione e l’esportazione illecita ma non è retroattiva. La Convenzione Unidroit del 1995 rafforza la protezione dei beni rubati, ma è stata adottata da pochi paesi. L’assenza di una normativa univoca lascia quindi il tema alla diplomazia culturale, rendendo i processi di restituzione lunghi e spesso incerti
Che effetti ha questo fenomeno?
La crescente pressione per la restituzione di opere contese porta a una rivalutazione etica delle collezioni, modificando la percezione del loro valore economico. Il rischio legale legato al possesso di opere dalla provenienza contestata rende più difficile la loro vendita o esposizione, con conseguenze dirette sulla commerciabilità: case d’aste e gallerie hanno intensificato la due diligence, verificando con maggiore rigore la provenienza e la legittimità delle opere per proteggere acquirenti e operatori da rischi legali e reputazionali.
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